Viviamo in un'epoca in cui abbiamo una spiegazione praticamente per tutto.
Se non sappiamo qualcosa, prendiamo il telefono. Cerchiamo. Leggiamo. Chiediamo all'intelligenza artificiale. In pochi secondi possiamo sapere quanto è distante una galassia, perché sogniamo, come funzionava una civiltà vissuta tremila anni fa o cosa succede nel nostro cervello quando abbiamo paura.
Eppure rimane una domanda piuttosto scomoda: siamo davvero sicuri di aver capito tutto?
Probabilmente no. Ed è proprio qui che, almeno per me, le cose cominciano a diventare interessanti.
Il mistero non è credere a tutto
Quando si parla di misteri si finisce spesso in due schieramenti. Da una parte chi è disposto a credere praticamente a qualsiasi cosa: fantasmi, alieni, profezie, energie, coincidenze cosmiche e magari anche al vicino di casa che sostiene di essere stato rapito dagli extraterrestri nel 1987.
Dall'altra chi liquida tutto con una risata. Io preferisco stare nel mezzo. Perché essere curiosi non significa essere creduloni. Significa semplicemente accettare una possibilità molto poco rassicurante per il nostro ego: potrebbero esistere cose che ancora non comprendiamo.
Del resto, la storia è piena di fenomeni che per secoli sono sembrati inspiegabili e che successivamente hanno trovato una spiegazione. Questo non significa che ogni mistero nasconda qualcosa di straordinario. Significa che non avere oggi una risposta non equivale necessariamente a dire che una risposta non esista.
Ci sono domande che resistono
Ci sono luoghi archeologici che continuano a sollevare interrogativi. Ci sono aspetti della coscienza umana che stiamo ancora cercando di comprendere. Ci sono fenomeni atmosferici, astronomici e naturali che solo recentemente abbiamo iniziato a osservare con strumenti adeguati. E poi ci sono esperienze molto più personali. Una coincidenza talmente improbabile da farci fermare. Un sogno che sembra anticipare qualcosa. La sensazione inspiegabile di conoscere già un luogo nel quale non siamo mai stati. Un'esperienza raccontata da persone che non sembrano avere alcun motivo per inventarla.
Naturalmente tutto questo non dimostra nulla. Ed è importante dirlo.
La nostra mente cerca continuamente collegamenti, interpreta ciò che vede, completa informazioni mancanti e qualche volta ci convince di aver trovato un significato dove probabilmente non c'è. Ma proprio per questo vale la pena indagare. Non per dimostrare ciò in cui vogliamo credere. Per capire.
La parola più interessante è “ancora”
Forse dovremmo cambiare leggermente il nostro modo di parlare dei misteri. Invece di dire: “Questo fenomeno non ha spiegazione.”
Potremmo dire: “Questo fenomeno non ha ancora una spiegazione convincente.”
Quel piccolo “ancora” cambia tutto. Non trasforma il mistero in qualcosa di soprannaturale. Lascia semplicemente aperta una porta. Ed è una porta attraverso la quale sono passate molte delle grandi scoperte dell'umanità. Qualcuno, a un certo punto, ha guardato qualcosa che tutti consideravano normale e si è chiesto:
Perché?
Oppure ha osservato qualcosa di apparentemente impossibile e ha pensato: E se ci fosse qualcosa che non abbiamo ancora capito?
Abbiamo bisogno del mistero?
Forse sì. Non necessariamente di fantasmi, profezie o civiltà perdute. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci ricordi che il mondo è più grande delle nostre certezze. Oggi abbiamo accesso a una quantità di conoscenza che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Ed è straordinario. Ma sapere molto non significa sapere tutto. Esistono ancora territori da esplorare, domande senza una risposta definitiva e fenomeni sui quali la ricerca continua. Ed esiste soprattutto quella meravigliosa capacità umana che ci accompagna da quando abbiamo cominciato a guardare il cielo: la curiosità.
Forse il vero fascino del mistero non consiste nel trovare qualcosa di paranormale. Consiste nel poter dire: “Non lo so.”
E avere ancora voglia di scoprirlo.