Ti è mai capitato di pensare intensamente a una persona che non senti da anni e, poche ore dopo, ricevere un suo messaggio?
Oppure di parlare di qualcosa e ritrovartela davanti poco dopo. Un nome. Un luogo. Una canzone. Una frase. Un numero che continua a comparire. La prima volta sorridi. La seconda dici: «Curioso». Alla terza cominci a guardarti intorno.
Perché una coincidenza è perfettamente normale. Ma quando le coincidenze sembrano accumularsi, una parte di noi comincia inevitabilmente a chiedersi: è davvero soltanto un caso?
Il nostro cervello adora trovare collegamenti
Partiamo dalla spiegazione meno misteriosa.
Il cervello umano è una straordinaria macchina per riconoscere schemi. Cerchiamo continuamente relazioni tra gli eventi perché, per gran parte della nostra storia evolutiva, capire rapidamente che due cose potevano essere collegate era estremamente utile. Il problema è che qualche volta troviamo collegamenti anche dove potrebbero non essercene. Inoltre tendiamo a ricordare molto meglio le coincidenze sorprendenti rispetto alle migliaia di volte in cui non succede assolutamente nulla.
Pensi a Marco e Marco ti telefona?
Incredibile.
Pensi a Marco e Marco non ti telefona?
Dopo dieci minuti te ne sei già dimenticato. È uno dei motivi per cui alcune coincidenze possono sembrarci molto più improbabili di quanto siano realmente. Eppure questo non risolve completamente la questione. Perché esistono coincidenze talmente precise da lasciarci comunque con quella fastidiosa sensazione: “Va bene, ma proprio così?”
Jung e le coincidenze che sembrano avere un significato
Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung dedicò molta attenzione a questo fenomeno e utilizzò il termine sincronicità per descrivere coincidenze che non sembrano collegate da una normale relazione di causa ed effetto, ma che assumono un particolare significato per la persona che le vive. Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante. Non è necessariamente la coincidenza in sé a essere straordinaria.
È il momento in cui avviene.
Immagina di essere indeciso se accettare un lavoro in un'altra città. Continui a pensarci. Accendi casualmente la televisione e qualcuno pronuncia proprio il nome di quella città. Esci di casa e davanti a te c'è un'automobile con la pubblicità di un'azienda che ha sede lì. La sera un amico, senza sapere nulla della tua decisione, ti racconta che sta pensando di trasferirsi proprio nello stesso posto. Tre eventi perfettamente spiegabili. Nessuno dei tre dimostra alcunché.
Ma messi insieme?
La nostra mente comincia immediatamente a costruire una storia.
Il problema delle probabilità
C'è poi un dettaglio che spesso dimentichiamo. Durante una giornata ci accadono centinaia, probabilmente migliaia, di piccoli eventi: incontriamo persone, leggiamo parole, vediamo numeri, riceviamo messaggi, ascoltiamo conversazioni, pensiamo a luoghi e ricordiamo episodi. Moltiplichiamo tutto questo per settimane, mesi e anni. Le possibilità che prima o poi si verifichi una coincidenza apparentemente incredibile diventano molto più alte di quanto immaginiamo. È il paradosso delle coincidenze: un evento può sembrare quasi impossibile se osservato da solo, ma diventare molto meno sorprendente quando consideriamo tutte le occasioni nelle quali avrebbe potuto verificarsi qualcosa di insolito.
E tuttavia... ci sono esperienze che continuano a farci esitare.
Hai mai pensato a qualcuno un attimo prima che telefonasse?
Probabilmente è una delle coincidenze più raccontate. «Stavo pensando proprio a te.» Oggi, con messaggi e notifiche continue, potrebbe sembrare ancora più frequente. Ma la domanda interessante non è soltanto se esista una spiegazione statistica. È un'altra: perché alcune coincidenze ci colpiscono così profondamente?
Forse perché arrivano quando siamo emotivamente vulnerabili. Quando dobbiamo prendere una decisione. Quando abbiamo perso qualcuno. Quando stiamo cercando una risposta. In quei momenti una coincidenza non appare semplicemente come un evento. Appare come un messaggio. Ed è qui che entriamo in un territorio molto più difficile da misurare.
Caso o significato?
Possiamo spiegare molti di questi fenomeni attraverso probabilità, attenzione selettiva, memoria e naturale tendenza umana a riconoscere schemi. Ma rimane una distinzione importante. Una cosa è chiedersi: “Questa coincidenza dimostra che esiste qualcosa di misterioso?”
Un'altra è chiedersi: “Questa coincidenza ha avuto un significato per me?”
Alla prima domanda servono prove. Alla seconda possiamo rispondere soltanto noi. Forse è proprio per questo che le coincidenze ci affascinano da sempre. Si trovano esattamente sul confine tra ciò che accade fuori di noi e il significato che costruiamo dentro di noi. Possiamo considerarle semplici prodotti della probabilità. Possiamo chiamarle sincronicità. Possiamo sorridere e andare avanti. Oppure possiamo fermarci per qualche secondo e domandarci perché, tra milioni di possibili combinazioni, proprio quella sia arrivata proprio in quel momento. Non significa necessariamente che l'universo ci stia parlando. Ma non significa nemmeno che dobbiamo smettere di farci domande. Perché forse alcune coincidenze sono soltanto coincidenze.
Il mistero comincia quando diventano troppe.